Ho deciso di chiedere un parere sui miei scatti a chi di fotografia e arte in generale se ne intende: una batosta clamorosa! Mi sono stati insegnati alcuni accorgimenti che renderebbero più equilibrate le fotografie e ho imparato qualcosa in più, ma su alcuni "errori" non sono propriamente d'accordo...ma andiamo oltre.
Ho deciso di regalare un libro ad una bambina e ho scelto "il piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry: a me fu regalato all'età di nove anni ed ora, dopo numerose riletture, lo trovo ogni volta illuminante. Non certa che l'età della bimba in questione fosse giusta per la lettura di quel libro, mi informo zampettando in rete e leggo una recensione che mi lascia perplessa: questo libro dovrebbe annoverarsi non nel genere letterario, ma in quello favolistico.
Così metto insieme due cose che ai più parrebbero scollegate, il libro e le mie foto, e comincio a chiedermi: chi dice che un libro debba essere favola e non possa essere letteratura? Chi dice che un fuori fuoco è troppo, che quell'inquadratura avrebbe dovuto essere diversa, che quel soggetto è banale? In due parole: chi può universalizzare ontologia e deontologia del mondo circostante? (affiorano alla mente le lezioni liceali di filosofia: il noumeno kantiano e la cosa in sé. Sono certa che la mia professoressa sarebbe contenta, o forse sarebbe del tutto indifferente, anzi magari aborrirebbe l'idea di così sottili concetti associati a così superflue disquisizioni!)
Torniamo alla critica delle mie foto.
-Ma io quel fuori fuoco l'ho voluto! L'ho fatto appositamente!
-Ma io quel fuori fuoco l'ho voluto! L'ho fatto appositamente!
- Sì, dicono tutti così!
-No no, davvero! Siccome la foto mi occorreva per accompagnare una poesia che cominciava con la descrizione del "candido Soratte" e di una atmosfera ovattata, io ho voluto rendere lo stacco con un marcato fuori fuoco.
-Vabbé se lo volevi il fuori fuoco...però lo stacco dovrebbe essere meno netto.
ed anche
-A me questo soggetto ha colpito, io non l'ho trovato banale (altrimenti non lo avrei fotografato!).
Senza la minima intenzione di paragonarmi a grandi artisti, chi dice che un cielo non può essere rappresentato viola, un albero blu, una persona con i connotati stravolti come i pezzi di un puzzle che non incastrano tra loro? Chi dice chi può prendersi la licenza poetica di abnormi flussi di pensiero e chi no?
Il risultato è in generale ciò che conta, ma il giudizio non è per tutti lo stesso: c'è sempre chi apprezza e chi no. Forse è una questione di abitudine, di numeri e di lenta progressione, in un ciclo di regole, uniformità e rottura, in cui la deontologia viene stabilita e si finisce col credere che essa corrisponda all'ontologia stessa, fino a quando qualcuno prima, e qualcuno in più dopo, non le metteranno entrambe in discussione. E così da capo.
Ma in fondo le regole su arte, fotografia e scrittura sono ben poca cosa.

